Donne e Madonne, dal Medioevo al Novecento

Si tratta di un ciclo di 4 seminari che hanno voluto fare luce e riflettere sulla condizione femminile, dal Medioevo al Novecento, attraverso il racconto di 4 donne, quali: Caterina da Siena, Christine de Pizan, Giovanna d’Arco e Virginia Woolf. Donne che hanno scritto tanto di sé o sulle quali si è scritto molto e che non sono state affatto comuni. Donne che hanno aperto una finestra sul Medioevo raccontando senza ipocrisie il mondo in cui sono vissute, la gente che hanno conosciuto e il ruolo che si sono ritagliate, diverso da quello che la società imponeva loro, o che hanno smontato, come nel caso della Woolf con intelligenza e ironia, un mondo tutto maschile con il fine di cercare una visione di parità di genere che dobbiamo continuare a perseguire. Un percorso educativo, il nostro, quindi, che ha promosso la parità di genere e l’emancipazione femminile attraverso la testimonianza di donne che, ognuna a modo suo e in maniera diversa, hanno rotto le regole, hanno avuto il coraggio di imporre la propria identità e volontà, hanno saputo andare contro ciò che la società ordinava loro. A dimostrazione del fatto che il desiderio di emancipazione femminile c’è sempre stato ed è sempre stato molto forte; un secolo dopo la Woolf ancora si interroga sull’universo femminile denunciando tutti i limiti e le ingiustizie che una donna deve subire per intraprendere e percorrere la stessa strada di un uomo. Durante il Medioevo le donne si dedicavano essenzialmente a due cose: a fare le mogli e a fare le madri per cui servivano il marito e davano alla luce tanti figli, se non morivano prima del parto. Pochissime si dedicavano alla politica, nascendo regine o duchesse, e nessuna si dedicava alla guerra. Quella del Medioevo, quindi, era sicuramente una società patriarcale e maschilista, in cui gli spazi per le donne erano limitati, ristretti; pur tuttavia, ci sono testimonianze di donne che sono state capaci di costruirsi una vita che sfugge a tali obblighi, a tali regole cosicché possiamo dire che le donne nel Medioevo non erano affatto invisibili. Ai seminari abbiamo poi affiancato dei banchetti didattico-divulgativi in cui l’associazione che li ha animati, quale Brvndisium Historica, ha illustrato alcuni “spaccati” della vita quotidiana delle donne, gli usi, le arti e i costumi del periodo storico di riferimento. Un elemento innovativo, questo, che unitamente all’originalità del progetto, rappresentata dalle figure femminili oggetto dei seminari, ha suscitato notevole interesse e curiosità da parte dei partecipanti.

Il ciclo di seminari si è aperto con Caterina da Siena, donna strabiliante che ha apparizioni e colloquia regolarmente con Dio; grande mistica e santa, che rompe le regole del tempo imponendo la vita che ha scelto: quella di devota di Dio. Nel suo caso, infrangere le regole vuole dire lottare per tutta l’infanzia e l’adolescenza contro la famiglia per vivere come voleva e non come le volevano imporre e, una volta ottenuto questo risultato, diventare una persona famosa, ascoltata, capace di influire sulle grandi decisioni della chiesa. E’ forse la donna del Trecento di cui sappiamo maggiormente sia perché ha scritto un’infinità di lettere -scriveva alla mamma, ai fratelli, ai parenti, ai governanti di Siena, Firenze, Bologna, Perugia, al papa, ai cardinali, ai re di Francia e di Napoli, lettere, queste, che non sono solo testimonianza del suo entusiasmo di mistica, ma sono anche interventi politici- sia perché di Caterina abbiamo la sua biografia, la narrazione cioè della sua vita, scritta da Raimondo da Capua. Frate domenicano, quest’ultimo, dotto ed esperto, che il papa le mette accanto per capire se quello che sosteneva, ossia di parlare con Dio, fosse vero o meno e quindi per verificare se davvero avesse doti profetiche, se davvero fosse una santa o piuttosto, chissà, un’illusa o una truffatrice. Raimondo da Capua pertanto scrive la sua vita e lo fa dopo anni di conversazione con Caterina, essendo diventato il suo confessore e il suo più fanatico sostenitore, e con sua madre che la conosce molto bene e le sopravvive. Caterina da Siena si rifiuta di essere moglie e madre perché dice che ha un’altra missione nella vita ossia Dio. Muore infatti vergine a 33 anni ammazzandosi di digiuni e penitenze. Il banchetto didattico-divulgativo Scriptorium e sapienza al femminileproposto durante questo incontro ha offerto un approfondimento sulla vita monastica femminile, dalla vestizione allo svolgimento della vita quotidiana, ponendo una lente d’ingrandimento sulla vita delle donne di fede e sapienza che hanno lasciato un’eredità storico-culturale non indifferente. Si è illustrata così la vita monastica dello scriptoriumcioè di quello che era considerato il cuore culturale dei monasteri medievali, uno spazio, dedicato al silenzio e allo studio, in cui gli amanuensi e i miniaturisti copiavano, decoravano e conservavano i testi sacri e profani, preservando il sapere antico. Per la Sapienza al femminileinvece si è fatto un excursus mirato sulle donne e monache erudite, quindi, laiche e religiose, che sin dall’Alto Medioevo si sono contraddistinte in ambito letterario, medico, musicale e artistico: da Dhuoda– donna di epoca carolingia – a Costanza Calenda– medica e chirurga italiana del XV-, a Trotula de Ruggieroche diede un contributo fondamentale all’affermazione dell’ostetricia e della ginecologia quali scienze mediche. Nonché Ildegarda Von Bingen, -mistica, musicologa, erborista-Roswitha di Gandersheim, -poetessa e drammaturga-, Ende-prima miniaturista della storia-, Herrad Von Landsberg, Angela da Foligno, Gisella di Chelles.

Il II seminario si è concentrato sulla figura di Christine de Pizan, la quale è, in realtà, un’italiana: Cristina da Pizzano. Da bambina va a vivere in Francia, ha successo, diventa famosa, tant’è che, tuttora, in Francia è studiata e conosciuta molto di più di quanto non accada da noi. Non diventa santa, non muore da giovane avendo avuto una vicenda straordinaria. E’ una donna normale per i criteri del suo tempo nel senso che si sposa e partorisce dei bambini. Cristina è una brava ragazzina che fa quello che le dicono in casa e quindi a 15 anni si sposa con l’uomo che ha scelto la famiglia. E’ il 1380, è l’anno in cui muore Caterina da Siena divorata dai suoi digiuni e quello stesso anno Cristina da Pizzano che, ormai è diventata Christine de Pizan, si sposa con un uomo nove anni più grande di lei e comincia a partorire figli. E’ un uomo ben piazzato, è il segretario del re, lo stesso ambiente del padre, ossia la corte del re di Francia quindi è vicino al vertice della società. Cristina è moglie e madre, comincia a far bambini, rimane spesso incinta, ha poco tempo per leggere. Poi dopo 10 anni di matrimonio, all’improvviso, il marito muore. Cristina rimane sola; in realtà c’è la mamma, ci sono i soldi, i mezzi ci sono però lei resta sola. Il marito è morto, lei lo ha amato tanto, tant’è che nelle sue opere, parla più volte del rimpianto del marito che non c’è più e della sua decisione di non risposarsi. Le vedove in genere si riposavano tanto più che Cristina, sebbene sia stata spostata 10 anni, quando muore il marito ha soltanto 25 anni, ma non si risposa perché il suo uomo era quello, le piaceva quell’uomo, non ne vuole un altro. Però deve farsi carico della famiglia che il marito le ha lasciato e qui succede la prima cosa abbastanza stupefacente nella vita di Cristina: decide di scrivere. Cristina è una donna straordinaria perché è stata la prima donna che ha concepito sé stessa come scrittrice di professione: si è mantenuta, ha guadagnato ed è diventata famosa scrivendo libri. Scrive poesie, ballate etc che piacciono a corte e per le quali viene pagata per cui è un personaggio unico perché scrive da professionista, cioè si mantiene scrivendo. Siamo tra la fine del Trecento-inizi Quattrocento, non c’è ancora la stampa, i libri sono tutti manoscritti per cui si guadagna realizzando un manoscritto lussuoso, dotato di miniature e dorature, e regalandolo al re, al duca, al principe etc che in cambio gratifica l’autore coprendolo d’oro. E Christine comincia a fare questo professionalmente. Le commissionano gli argomenti oppure li sceglie lei e scrive su qualsiasi cosa producendo una serie di manoscritti per i quali ad un certo punto è costretta ad assumere del personale, ossia copisti e pittori che realizzino le miniature. Infine scrive “La città delle donne”un manoscritto in cui parla della condizione delle donne difendendole da tutti i maltrattamenti e le calunnie che corrono su di esse e nel quale sostiene che le donne devono farsi valere perché brave tanto quanto gli uomini; nella miniatura c’è lei con la cazzuola e i mattoni a indicare la città che vuole fabbricare a difesa delle donne. Un manifesto quindi della condizione femminile in cui narra la condizione delle donne, difendendole da tutti i maltrattamenti e le calunnie ed invitando le stesse a diventare consapevoli delle proprie abilità, perfettamente equiparabili a quelle maschili. Al seminario è seguito un altro banchetto didattico-divulgativo dell’associazione Brvndisium Historica che ha illustrato, attraverso le proprie ipotesi ricostruttive di telai e manufatti, le tecniche di due tra le più nobili arti che permettevano l’acquisizione di una indipendenza economica: il ricamo e la tessitura. La tessitura medievale è stata un’attività fondamentale nell’economia, nella vita domestica e persino nella cultura simbolica del Medioevo. Non era solo un lavoro pratico: rappresentava competenza, virtù e contributo economico concreto. Le donne producevano tessuti per uso interno o per piccoli scambi locali. La tessitura aveva anche un forte valore simbolico: era considerata una virtù femminile (operosità, modestia). Nella letteratura medievale, le donne nobili vengono spesso rappresentate mentre ricamano o tessono.

Protagonista del III seminario è stata Giovanna d’Arco, santa, mistica e donna d’arme conosciuta con il nome di “Pucelle d’Orléans”; una delle figure femminili più documentate del XV alla quale la stessa Christine de Pizan dedicherà l’opera intitolata “Le Ditié de Jehanne d’Arc”. Colei che, vestita da uomo, scende in guerra per combattere e vincere gli inglesi. Giovanna d’Arco è emblema di libertà e resilienza: ella, infatti, rappresenta la capacità di imposizione della propria volontà nonostante i ruoli limitati ed escludenti che la società, gli usi e le consuetudini del tempo riservavano alle donne. Nel pieno di una grande guerra -guerra dei Cent’anni- ha sentito voci che la chiamavano a salvare il suo paese, la Francia, ha chiesto e ottenuto di comandare in guerra l’esercito del suo re, ha combattuto, ha vinto il nemico e lo ha fatto vestita da uomo. Il fatto che si sentissero delle voci cioè che si parlasse con Dio, con la Madonna o con i Santi non era qualcosa di impossibile per l’epoca e nemmeno era insolito per una donna -il fenomeno ovviamente era esaminato e verificato con attenzione per cui quando saltava fuori qualcuno che diceva di parlare con Dio erano perfettamente attrezzati per verificare, analizzare, ragionarci su e cercare di capire se ci poteva essere qualcosa di vero; quindi era un fenomeno che si verificava ed erano quasi sempre donne le persone che vivevano questo tipo di esperienza-. Poi una donna che comanda un esercito in guerra non si era mai visto né sentito; comportava sicuramente grossi rischi, però, di per sé, non era una cosa vietata, era semplicemente una cosa che non si era mai vista. Invece, vestirsi da uomo era la cosa più difficile da accettare perché violava un divieto espresso; era vietato dalla religione cristiana in quanto è scritto nella Bibbia che le donne devono vestirsi da donne e gli uomini devono vestirsi da uomini. E quando Giovanna cadrà, i suoi nemici cercheranno di volgere contro di lei tutti questi aspetti della sua storia cioè il fatto che sentisse le voci, che ha combattuto in guerra e che si è vestita da uomo e alla fine sarà proprio quest’ultimo aspetto che si rivelerà impossibile da legittimare e che le costerà la vita. L’incontro si è concluso con l’interessante banco didattico-divulgativo incentrato sulla spezieria e la farmacopeanel XV secolo: per l’occasione, la rievocatrice storica ha mostrato la propria ipotesi ricostruttiva dell’abbigliamento tipicamente femminile del tempo ed ha illustrato le ricette e i medicamenti dell’antica arte della guarigione. Nel Medioevo, le donne svolgevano ruoli attivi come speziere, erboriste e commercianti, spesso aiutando i mariti o gestendo botteghe di spezie, aromi e rimedi naturali. Sebbene sottomesse all’autorità maschile, alcune donne ottennero ruoli di eccellenza, inclusa la medicina, grazie alla conoscenza delle erbe, La Bottega (Spezieria) era un luogo di lavoro meticoloso, attrezzato con mortai, alambicchi per distillazione, bilance di precisione e contenitori in ceramica o vetro per conservare le materie prime. Gli speziali erano iscritti a rigide corporazioni (es. “Arte dei Medici e Speziali” a Firenze) che controllavano la qualità dei prodotti, vietando frodi e medicinali contraffatti.

Il ciclo di seminari si è concluso con Virginia Woolf,la quale è stata una scrittrice e un’intellettuale tra le più importanti del XX secolo. In“Una stanza tutta per sé”che è un saggio scritto nel 1929 comprendente le tematiche trattate in 2 seminari del 1928 in due collegi femminili, a Cambridge, V. Woolf parla del rapporto tra le donne e il romanzo, ma già dalle prime pagine si chiede come declinare il tema donne e romanzo perché si può intendere in vari modi. Per esempio si può intendere pensando alle donne che hanno scritto romanzi oppure alle donne che sono state protagoniste di romanzi scritti da uomini o ancora al rapporto tra le donne e la realtà ed è questo elemento che la Woolf sviluppa perché parte dall’assunto, che poi dimostrerà nel corso delle pagine, che una donna per poter scrivere necessita di 2 elementi fondamentali: una stanza tutta per sé e denaro. La prima è sia uno spazio materiale in cui poter stare senza essere disturbata dal marito, dai figli, dai parenti etc sia uno spazio mentale in cui poter parlare a sé stessa e lasciarsi andare alle proprie inclinazioni. Un luogo cioè in cui potersi esprimersi liberamente, prendere del tempo per stare da sola dedicandosi alle proprie passioni che possono essere la scrittura o la pittura o qualsiasi altra cosa; che ci consente di staccarci dalle continue richieste, pressioni della società, permettendoci così di dialogare con noi stesse, ripensare a noi stesse. Un angolo di mondo che è solo nostro e nel quale possiamo dedicarci a noi stesse senza stare ad ascoltare le richieste altrui. In quanto al denaro, invece, cita spesso le 500 sterline che aveva ricevuto in eredità da una zia e che le avevano dato quella sicurezza economica che le aveva consentito di scrivere senza dover inseguire le incombenze materiali. Il libro è diviso in 6 capitoli. Nel I capitolo la Woolf descrive sé stessa dicendo di chiamarsi Mary, è seduta sulla panchina dei giardini di un ipotetico istituto che chiama Oxbridge (dalla fusione di Oxford e Cambridge) che si guarda intorno, poi inizia a camminare cerca di entrare in un altro giardino dell’istituto scolastico, ma le viene vietato perché consentito solo agli uomini così come anche all’interno della biblioteca non ha accesso. Noi seguiamo quindi la protagonista che a fronte di questi divieti comincia a pensare a come sviluppare il tema delle donne e il romanzo; vi sono anche dei piccoli inserti di flussi di coscienza. A un certo punto fa un ex cursus di alcuni secoli partendo dal periodo elisabettiano sino ai suoi giorni per dimostrare come l’assunto iniziale, che è quello per cui una donna deve avere una stanza tutta per sé e soldi a sufficienza, sia stato fondamentale per negare alle donne nel corso dei secoli queste possibilità. Si inventa un’ipotetica sorella di Shakespeare, che chiama Judith, e dice se fosse stata altrettanto geniale come il fratello e avesse voluto recitare, come fece Shakespeare, non avrebbe potuto farlo perché nel periodo elisabettiano le parti femminili erano recitate dagli uomini. Allo stesso modo, se Judith Shakespeare avesse voluto scrivere, così come aveva fatto il fratello, non avrebbe potuto farlo perché in quel periodo le donne erano osteggiate, erano derise, erano considerate degli esseri inferiori rispetto agli uomini. Pertanto, una donna dell’epoca non avrebbe mai potuto produrre ciò che ha prodotto Shakespeare perché non ne avrebbe avuto la possibilità. La Woolf inoltre afferma che gli uomini tendevano a sottolineare l’inferiorità femminile per ribadire la loro supposta, presunta, superiorità e qui introduce il concetto di donna specchio ossia la donna che riflette, ingrandendo, l’immagine di un uomo che crede di essere superiore rispetto a quello che è realmente. Inoltre la Woolf sostiene la cosiddetta mente androgina cioè che in ogni scrittore vi è anche una componente femminile all’interno del proprio animo, del proprio cervello, è come se la mente umana fosse composta da una parte femminile e da una maschile così come anche le scrittrici vi è un lato maschile ed uno femminile. Solo una mente androgina è la mente adatta a sviluppare tutte le potenzialità creative che un letterato può mettere in campo. V. Woolf ha un pensiero decisamente paritario in merito alle donne nel romanzo, non crede che gli uomini scrivano di più o opere migliori perché sono uomini, ma piuttosto perché hanno più possibilità.

Il viaggio di “Donne e Madonne, dal Medioevo al Novecento” non è stato soltanto un esercizio di memoria storica, ma un atto di giustizia verso chi, per secoli, ha operato nell’ombra: dalle mistiche medievali che parlavano ai potenti, alle pioniere del Rinascimento, fino alla voce cristallina di Virginia Woolf e dalle quali emerge un filo rosso ininterrotto: la resilienza. Queste figure ci insegnano che il talento e la libertà non sono mai stati “gentili concessioni”, ma conquiste ottenute con lo studio, il lavoro e la consapevolezza del proprio valore. Oggi, riscoprire le loro storie significa dare nuova linfa alla nostra identità e ricordare che ogni “stanza tutta per sé” è, prima di tutto, uno spazio di dignità conquistata. Il progetto si chiude con una certezza: le donne non sono mai state spettatrici della storia, ma sono sempre state le silenziose, straordinarie protagoniste.

Realizzazione: Marisa Orlando | Antonietta Depalma | Raffaella Csamassima

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