Odissea: l’importanza di chiamarsi Ulisse

E’ un progetto culturale che lega letteratura e teatro nella volontà di affiancare al testo -chiaramente affrontato sotto altri punti di vista, differenti rispetto a quelli che nel corso della comune didattica si trattano, com’è nella natura di un seminario- la recitazione, l’interpretazione in modo tale da creare così un dialogo tra la parola scritta e la sua realizzazione scenica. Il seminario sull’Odissea è stato tenuto dalla prof.ssa F. Natale e dal prof. V. Mele, illustri docenti di Lettere del Liceo Scientifico “L. Da Vinci” di Cassano, i quali ci hanno raccontato il poema esplorando, attraverso le vicende di Ulisse, le tematiche proprie della condizione umana ed il rapporto tra l’eroe greco e l’AI. Un poema di 12000 versi, suddivisi in 24 libri, che racconta levicende di Telemaco, -il figlio che Ulisse aveva abbandonato quando era ancora in fasce e che rincontra alle soglie della sua virilità-, iviaggi di Ulissein cui l’eroe narra le sue peripezie per mare, ilritorno e la vendetta di Ulissea cui seguirà la promessa di governare Itaca rispettando l’etica guerriera e tenendo presente anche cosa significa pace, prosperità, solidarietà e responsabilità. Telemaco è colui che va alla ricerca della propria identità, è cioè l’infante che si trasforma in fante perché, spronato dalla dea Atena che lo esorta a partire per cercare il padre a cui tanto somiglia anche nei tratti somatici, cresce e diventa adulto. Passa quindi dalla dimensione della stasi, della comoda protezione, dell’attesa a quella del combattimento, non inteso in quanto tale, ma come il ritrovamento, la definizione della propria identità. Il suo nome porta in sé il suo destino -Telemaco infatti significa “colui che combatte da lontano”-, per cui rappresenta chiunque di noi è in cerca di un’identità che si deve costituire, in genere superando quella del genitore, e vive il momento con grande angoscia e inquietudine. La dea gli dice di dirigersi prima a Pilo dove incontrerà Nestrore, il quale tra i principi achei è il saggio per eccellenza e rappresenta la memoria, elemento questo, importantissimo per una società come quella omerica in cui l’oralità riveste un ruolo centrale poiché consente di non cadere nell’oblio, e poi di andare a Sparta per incontrare Menelao e Elena. Menelao gli dice che il padre non è morto in quanto una divinità marina gli ha raccontato che è prigioniero nell’isola di Ogigia, dimora della ninfa Calipso. Penelope, invece, che nell’immaginario collettivo è considerata colei che attende, rappresenta l’identità di Itaca, è cioè giuridicamente Itaca perché, se non avesse ideato lo stratagemma della tessitura del sudario di Laerte che astutamente disfa di notte, dimostrando così, al pari di Ulisse, di avere una “metis” cioè un’intelligenza pratica, Ulisse non avrebbe trovato nulla al suo ritorno per cui Penelope rappresenta la resistenza delle donne in una società patriarcale, la forza che una donna ha di difendere sè stessa, il suo destino, la sua vita, la sua storia, la sua casa.
Cosa ha a che fare, invece, Ulisse con l’AI ? Wittgenstein, famoso filosofo del XX secolo, diceva: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” cioè se io non ho proprietà di linguaggio e quindi se io non so dare un nome ad una cosa, forse il mio mondo è limitato e quindi quella cosa non saprò capirla. In poche parole, forse noi oggi non diamo termini esatti, giusti, all’AI e quindi dobbiamo trovare una corretta ermeneutica dell’AI. A cosa i greci dell’antichità si sarebbero rivolti per capire l’AI ? Si sarebbero rivolti al mito perché esso indica la strada, consente di spiegare alcune cose che non sono sostanzialmente spiegabili e di dare delle risposte precise. I primi versi dell’Odissea ci presentano Ulisse come “polytropos” ossia dal multiforme ingegno, dotato di metis cioè di intelligenza attiva ed esecutrice, capace di trovare soluzioni ai problemi pratici. L’eroe che “tanto vagò dopo che distrusse la rocca sacra di Troia, di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, molti dolori patì sul mare nell’animo suo per riacquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni”. Ulisse escogita lo stratagemma del cavallo di Troia, grazie al quale i Greci entrano nella città e la distruggono dopo 10 anni di assedio; idea lo stratagemma dell’ubriacatura di Polifemo che aveva trasgredito ad una delle leggi più importanti per i Greci quale quella dell’ospitalità, soprattutto quando si è naufraghi, per cui lo fa ubriacare, lo acceca e poi insieme ai suoi compagni fugge dalla grotta legandosi al ventre delle pecore; nell’epidosio delle sirene si fa legare all’albero maestro della nave e tappa le orecchie dei compagni con della cera perché ne ha sentito parlare e vuole soddisfare la sua curiosità. Ulisse quindi è ChatGTP perché, procedendo attraverso l’osservazione, l’analisi dei dati e l’interpretazione che sono i 3 passaggi che la caratterizzano, fa esattamente ciò che fa ChatGPT ossia fornisce una soluzione. I Greci, tuttavia, quando parlavano di intelligenza non parlavano solo di metis, di intelligenza pratica, ma anche di “nous” ossia di intelligenza contemplativa, quella forma di intelligenza cioè capace di cogliere il senso del tutto che l’AI non ha e che è appunto invece tipica dell’uomo, tant’è che quando nel Medioevo compare Dante, Ulisse viene presentato diversamente: non più come l’eroe che vuole tornare a casa di omerica memoria, ma colui che vuole andare oltre i limiti della conoscenza. Nel canto XXVI dell’Inferno infatti si legge che per spingere i compagni oltre le colonne d’Ercole, che era il limite che il mondo aveva conosciuto, Ulisse dice:“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. Per cui abbiamo 2 versioni di Ulisse: da un lato, quella espressa da Omero che è l’uomo che vuole tornare a casa -tant’è che l’Odissea è anche definita come il poema del “nostos” ossia del ritorno- e che rappresenta la metis, l’intelligenza pratica, e, dall’altro lato quella di Dante che rappresenta il nous, l’intelligenza contemplativa che l’AI non ha. L’intelligenza umana quindi è plurale in quanto capace di andare in più direzioni mentre l’intelligenza artificiale non surroga tutte queste forme di intelligenza; è molto brava nel trovare soluzioni, è capace di una grande metis, ma il nous, ciò che cerca il senso del tutto ed è capace di orientare le nostre vite verso un orizzonte, verso un futuro o verso la trascendenza, questo è solo umano. E che le cose stiano in questi termini basta analizzare il significato delle parole; per i Greci la verità è qualcosa che non si vede e che piano piano va svelata, com’è il caso di Calipso che deriva dal greco “kalyptō” che significa coprire, nascondere e che veniva infatti rappresentata coperta da un velo, per cui la verità non è qualcosa di visibile e tangibile, ma qualcosa che bisogna rivelare, esattamente come fa Ulisse nell’isola dei Ciclopi che, di fronte alla scoperta di grandi impronte, vuole conoscere, vuole svelare. L’unica cosa che dobbiamo chiederci è se l’AI potrà mai predire i sentimenti perché, tenuto conto che Ulisse, poco prima di fare il suo ingresso nella reggia, incontra il suo cane Argo che è l’unico che lo riconosce e per il quale versa una lacrima, egli non può prevedere il pianto nonostante la sua astuzia; sta entrando nella reggia per attuare la sua vendetta e, come tale, deve essere il più lucido possibile, i sentimenti non devono esistere e invece compare l’imprevisto delle lacrime.
Lo spettacolo teatrale è stato uno spettacolo di narrazione musicale che ha avuto l’obiettivo di raccontare per riflettere e riflettersi; una rappresentazione cioè che ha voluto, non tanto raccontare il periglioso viaggio di ritorno a casa dell’eroe Ulisse, dopo la guerra di Troia, quanto il racconto che Ulisse fa di sé e del suo viaggio. Una narrazione, quindi, che ha riguardato il raccontare e raccontarsi -“raccontami” è la seconda parole chiave che incontriamo all’inizio del poema- e che, parlando della storia di un uomo fatta di fatiche, tentazioni, cadute e imprese, ha voluto far riflettere sulla complessità dell’animo umano, sulle sfide del cambiamento, sulla ricerca della propria identità e sull’importanza del legame con le proprie radici. G. Ciciriello racconta mentre P. Santoro suona la fisarmonica. Nella loro trascrizione gli artisti hanno deciso di non usare i versi, ma di raccontare il poema in prosa mente la parte musicale è stata riscritta nella metrica originale dell’Odissea in quanto si tratta di una scansione ritmica molto precisa che aiuta lo spettatore ad entrare nel racconto. Ma perché è importante raccontare ? Perché la gente segue ancora le storie ? Perché la narrazione determina il nostro senso di realtà. Cioè quello che per noi è reale lo decidiamo in 2 maniere: o sperimentandolo, ma noi non possiamo sperimentare tutto, o sentendolo raccontare. Per cui, per noi non è vero solo quello che possiamo sperimentare, ma è vero anche quello che ci viene raccontato -il che significa anche che il racconto più efficace diventa quello vero, noi di solito crediamo al racconto fatto meglio, che sia vero o falso-. Siamo immersi in una narrazione continua che definisce quello che per noi è reale o è finto, quello che è giusto o che è sbagliato e tale narrazione passa attraverso tanti media come la televisione, i film etc. Per questo abbiamo bisogno continuamente di storie e di qualcuno che ce le racconti, perché abbiamo bisogno di costruirci un senso di realtà. Ciciriello e Santoro inoltre hanno deciso di lavorare sulla narrazione perché, essendo noi immersi in un mare di racconti e di immagini già determinati e avendo perso l’abitudine a leggere, non siamo più abituati ad immaginare. E’ importante invece allenare la mente all’immaginazione perché tutti gli strumenti che usiamo quotidianamente e che riempiono la nostra vita esistono perché qualcuno li ha immaginati, oltre al fatto che se un ragazzo non immagina quello che vorrà essere in futuro qualcun altro lo farà per lui cosicché si ritroverà a fare qualcosa che magari nemmeno gli piace senza neanche sapere il perché.

Relatori: prof.ssa Francesca Natale e prof. Vito Mele

Artisti: Giuseppe Ciciriello e Pietro Santoro

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