“Costanza di Svevia-Il ritorno da regina”è un romanzo storico in cui l’autrice, Chiara Curione, che abbiamo avuto l’onore di ospitare in occasione delle mese delle donne, riporta alla luce la figura di una donna che Dante, nel canto III del Purgatorio, definisce la “buona Costanza”. Figlia, infatti, di Manfredi e nipote dell’imperatore Federico II, Costanza di Svevia rappresenta l’anello di congiunzione terreno che può suffragare l’anima del padre con le preghiere. La vicenda si svolge a Palermo, nell’anno del Signore 1282. La capitale del Regno di Sicilia è il teatro di intrighi, tradimenti, lotte civili e guerre combattute per il controllo della Sicilia e della Puglia. Sullo sfondo dei Vespri Sicilianiemerge la figura di Costanza di Svevia, reggente del Regno, moglie di Pietro III d’Aragona. La narrazione segue i complotti che coinvolgono due straordinarie figure femminili, entrambe determinate e capaci di sfidare gli stereotipi del loro tempo: Macalda Scaletta, abile guerriera e raffinata giocatrice di scacchi, e Imelda, medico formatasi presso la Scuola Medica Salernitana. Con quest’ultima Costanza intreccerà una fitta rete di relazioni e alleanze che costituirà il filo conduttore dell’intero romanzo. “A morte i francesi” è il grido con cui scoppia la rivolta dei Vespri Siciliani a Palermo. Il mattino seguente le strade del capoluogo siciliano sono colme di cadaveri di soldati francesi; le fonti storiche narrano di quasi 2000 militari uccisi. Del periodo storico in cui si innesta il romanzo ne ha parlato Marisa Orlando, presidente dell’associazione Primule Rosse, partendo dalla morte di Federico II di Svevia che aveva stabilito la sua corte a Palermo e molto amato dai siciliani, per procedere attraverso la disfatta di Manfredi a Benevento in cui lo stesso Manfredi perde la vita, quindi la cacciata definitiva degli Svevi dalla Sicilia ad opera di Carlo d’Angiò ed il clima poco benevolo in cui viene accolto e governa l’angioino per via dei pesanti tributi imposti e per aver fortemente limitato le libertà baronali. Nonostante il cambio di dinastia, pertanto, la Sicilia rimane una roccaforte sveva ed è proprio in questo clima di conflittualità tra gli angioini e i nobili siciliani che il 30 marzo 1282 accade qualcosa destinato a cambiare per sempre la storia della Sicilia. E’ il lunedì dell’Angelo ossia il giorno di pasquetta; tutto ha inizio durante l’ora del vespro nei pressi della chiesa del Santo Spirito dove molti palermitani si sono riuniti per assistere alle funzioni religiose. Nonostante sia un giorno di festa, in città si respira un’aria pesante; i palermitani sono insofferenti al governo francese e non tollerano il fatto che la città sia fortemente militarizzata. A provocare la rivolta è l’atteggiamento di alcuni soldati che, inebriati dall’alcool, giungono sul sagrato della chiesa del santo Spirito. Uno dei militari di nome Drouet effettua un’azione sconsiderata: con la scusa di controllare se i fedeli sono armati, allunga le mani sotto la gonna di una donna. La signora si chiama Imelda ed è la figlia di Giovanni da Procida, un nobile siciliano, fedele alla casata degli Svevi. Giovanni da Procida non è un nobile qualunque; fa parte della schiera degli uomini potenti legati alla famiglia sveva. Dopo la morte di Corradino di Svevia, in gran segreto inizia a tramare una rivolta contro gli angioini. Travestito da frate gira in lungo e in largo l’Europa cercando di mantenere i contatti con la fazione ghibellina; tenta anche di convincere l’imperatore bizantino, Michele VIII Paleologo, di finanziare la rivolta. L’oltraggio subito dalla figlia di Giovanni è la scintilla che fa scattare l’incendio della rivolta. Uno degli uomini che accompagna la donna si scaglia duramente contro il soldato che ha ingiuriato Imelda e lo colpisce a morte al grido di: “morte ai francesi”. I palermitani subito dopo la rivolta nominano un capitano del popolo che risponde al nome di Ruggero Mastrangelo e si autoproclamano comune indipendente dalla corona angioina. In un primo momento, Carlo d’Angiò non si preoccupa molto della rivolta perché è convinto che il caos si placherà presto, ma il re ha fatto male i suoi conti. I rivoltosi palermitani che, inizialmente agli occhi del sovrano sembrano poco organizzati, mandano emissari in tutta l’isola e in pochi giorni la rivolta si diffonde a macchia d’olio in tutta la Sicilia. In meno di 1 mese insorgono le città di Corleone, Trapani e Caltanissetta. Alla fine di aprile la rivolta scoppia anche a Messina, una città strategica per 2 motivi: il primo è che la città è vicina all’Italia peninsulare, il secondo motivo è che nel porto di Messina è ancorata una parte della flotta angioina. Solo quando la rivolta giunge a Messina Carlo d’Angiò si rende conto della gravità della situazione e contrariamente a quanto aveva fatto fino a quel momento opta per un comportamento diverso ovvero rende meno repressivo il governo della Sicilia nella speranza che, agendo con mano più morbida, la rivolta venga sedata. Dall’altro lato, i rivoltosi cercano l’approvazione e il riconoscimento da parte di altri stati. I ribelli mandano un ambasciatore a Roma per fargli conoscere l’autonomia dei comuni siciliani, ma la richiesta di legittimazione dei rivoltosi viene respinta dal papa Martino IV che, essendo francese, appoggia la casata degli angioini. Venuto meno il sostegno dello stato pontificio, i comuni siciliani si rivolgono al re d’Aragona, Pietro III, che accetta di aiutare i ribelli siciliani soprattutto per la sua parentela con gli Svevi. Infatti ha spostato Costanza di Svevia e poi anche per la posizione strategica dell’isola che, nelle velleità aragonesi, doveva essere la loro base per una campagna militare in Tunisia. La Sicilia diventa così teatro di scontro tra potenze straniere. 28 luglio 1282 Carlo d’Angiò in persona, alla guida del suo esercito, pone sotto assedio la città di Messina. Dopo soli 2 giorni, il 30 agosto, dall’altro lato dell’isola, precisamente a Trapani, approda la flotta aragonese; il pretesto usato da Pietro è quello di conquistare l’isola per rimettere sul trono un esponente degli Svevi ovvero la moglie Costanza, anche se il 4 settembre Pietro stesso si nomina re di Sicilia. Carlo d’Angiò non sopporta il fatto che la sua autorità in Sicilia gli sia stata soffiata sotto il naso e vuole riconquistare l’isola. Il conflitto dura diversi anni e nemmeno la morte dei due re riesce a fermarlo. Infatti nel 1285 muoiono sia Carlo d’Angiò sia Pietro III e la spada di Damocle dello scontro passa ai due eredi: Giacomo d’Aragona e Carlo II d’Angiò detto “lo zoppo”. Le ostilità perdurano per 10 anni fino a quando nel 1295 con la mediazione del nuovo papa Bonifacio VIII si arriva a firmare la pace di Anagni. Giacomo d’Aragona restituisce la Sicilia a Carlo II ottenendo in cambio la Sardegna e la Corsica. Inoltre, una delle clausole della pace prevede che per 20 anni non si deve combattere in Sicilia. Il papa e i sovrani hanno sottovalutato un elemento importante ovvero la nobiltà baronale la quale, scontenta del ritorno dell’egemonia angioina, offrono la corona al fratellastro di Giacomo cioè Federico III che in quel momento era il luogotenente degli aragonesi sull’isola. Lo scontro tra gli aragonesi e gli angioini riprende e si conclude definitivamente con la pace di Caltabellotta firmata il 31 agosto 1302. Con questo trattato la Sicilia passa “de facto” dagli angioini agli aragonesi inaugurando così il periodo di predominio spagnolo sull’isola e con la quale si hanno due nuove entità politiche: da un lato il regno di Trinacria con capitale Palermo sotto gli aragonesi e dall’altro lato il regno di Napoli sotto gli angioini. Nel 1283 Costanza sbarca a Trapani e viene accolta con grande affetto dalla popolazione. Successivamente raggiunge Messina dove si ricongiunge con il marito, Pietro III. Quindi va a Palermo dove fronteggia i focolai di rivolta alimentati da esponenti siciliani, poco inclini ad accettare la dominazione spagnola. Macalda, donna ambiziosa e altera, cerca di contrastare in qualsiasi modo la regina ponendola in cattiva luce. Spregiudicata e volitiva nobildonna infatti pretende di primeggiare anche sulla sovrana. Moglie di Alaimo da Lentini, uno dei protagonisti dei vespri siciliani. Costanza dimostra di possedere buone capacità politiche, basate su grande equilibrio e notevole pazienza, doti che le consentiranno di mantenere il potere senza cadere in tranelli e ponendo in evidenza il suo innato spirito di clemenza. In questo modo riesce a fronteggiare sia la delicata situazione interna che la politica antiaragonese della chiesa di Roma. Con la morte del marito, pone il figlio Giacomo, allora diciottenne, sul trono di Sicilia dopodiché nel 1286 si ritira dalla scena politica rinchiudendosi in un convento di clarisse a Messina da lei stessa fondato. Muore nel 1300 a Barcellona in un convento francescano ed è proclamata santa dalla Chiesa.
A dialogare con l’autrice del libro è intervenuto anche Pietro d’Onghia, membro dell’associazione Brvndisium Historica, e la cui associazione ha offerto al pubblico uno spaccato degli usi e dei costumi riconducibili al XIII secolo nonché, attraverso gli abiti, hanno dato vita ai personaggi del romanzo storico “Costanza di Svevia – il ritorno da regina”.
Relatori: Chiara Curione, Pietro d’Onghia e Marisa Orlando





